Glottologia 3 – Dal latino all'italiano Latino classico e latino volgare

Glottologia 3 – Dal latino all’italiano · Lezione 1 di 6 · circa 11 minuti di lettura

In breve

Le lingue romanze non vengono dal latino di Cicerone e Virgilio, ma dal latino parlato di tutti i giorni, che chiamiamo latino volgare (da vulgus, “popolo”). Non era una lingua diversa: era lo stesso latino, ma nella varietà dell’uso quotidiano, che cambiava da regione a regione e da un secolo all’altro. Lo conosciamo da fonti indirette: le scritte sui muri di Pompei, gli errori corretti dai grammatici, i testi scritti da persone meno istruite.

Concetti chiave

Termine Che cosa significa
Latino classico La lingua letteraria dei grandi autori, tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., fissata dalla scuola
Latino volgare L’insieme delle varietà parlate del latino, da cui derivano le lingue romanze
Fonti indirette Testi che lasciano intravedere il parlato: graffiti, errori, testi tecnici o popolari
Diasistema Una lingua vista come insieme di varietà diverse (sociali, regionali, di registro)

La spiegazione

Una lingua, molte varietà

Anche oggi l’italiano che scriviamo in una tesi non è uguale a quello che parliamo al bar. Lo stesso valeva per il latino. Il latino classico è una varietà alta e scritta, molto stabile perché insegnata nelle scuole. Il latino parlato, invece, cambiava continuamente, come ogni lingua viva. Quando l’Impero romano d’Occidente si dissolse (476 d.C.) e le scuole decaddero, le varietà parlate nelle diverse regioni si allontanarono sempre di più tra loro, fino a diventare lingue diverse.

Attenzione al nome: “volgare” non vuol dire “rozzo” o “sbagliato”. Significa semplicemente “del popolo”, “dell’uso comune”.

Come lo conosciamo

  • Le iscrizioni e i graffiti, soprattutto quelli di Pompei, sepolti dall’eruzione del 79 d.C.: scritte elettorali, insulti, dichiarazioni d’amore, spesso con grafie che rivelano la pronuncia reale.
  • L’Appendix Probi, una lista di parole scritta forse tra il III e il IV secolo, che corregge gli errori comuni: “speculum non speclum“, “calida non calda“, “auris non oricla“, “vetulus non veclus“. Proprio le forme “sbagliate” sono quelle che continuano nelle lingue romanze: specchio, calda, orecchia, vecchio.
  • I testi letterari che imitano il parlato, come le commedie di Plauto o la cena di Trimalcione nel Satyricon di Petronio, dove parlano liberti arricchiti.
  • I testi tecnici e cristiani, come il diario di viaggio della pellegrina Egeria (IV secolo), o i trattati di veterinaria e di cucina, scritti da autori meno attenti alla norma.
  • Il confronto tra le lingue romanze: se italiano, spagnolo, francese e romeno concordano su una forma, quella forma esisteva probabilmente nel latino parlato (è il metodo comparativo di Glottologia 1).

Che cosa cambia: i suoni

Il latino classico distingueva vocali lunghe e brevi: mălum (“male”) e mālum (“mela”) erano due parole diverse. Nel parlato questa distinzione si perse e fu sostituita da una differenza di timbro, vocali aperte e chiuse (lezione 3). Si persero anche la -m finale e la h, già in età classica nella pronuncia popolare.

Che cosa cambia: la grammatica

  • Spariscono i casi: le desinenze che indicavano soggetto, complemento oggetto ecc. si confondono e vengono sostituite da preposizioni e dall’ordine delle parole. Il classico librum Petri diventa librum de Petro, “il libro di Pietro”.
  • Nascono gli articoli, dai dimostrativi: ille (“quello”) dà il, lo, la; unus dà un, uno.
  • Il futuro si rifà: al posto di cantabo si dice cantare habeo, “ho da cantare”, che diventa canterò (e il francese chanterai).
  • Il comparativo diventa analitico: invece di altior si dice plus altus (italiano più alto, francese plus haut) o magis altus (spagnolo más alto).

Che cosa cambia: le parole

Molte parole del parlato, spesso più espressive o familiari, presero il posto di quelle classiche:

Latino classico Latino parlato Italiano
equus caballus (“ronzino”) cavallo
domus casa (“capanna”) casa
os, oris bucca (“guancia gonfia”) bocca
caput testa (“vaso di coccio”) testa
edere manducare (“masticare, mangiare avidamente”) mangiare
ignis focus (“focolare”) fuoco

La parola classica non sempre sparisce del tutto: equus sopravvive in equino ed equitazione, domus in domestico. Sono parole dotte, riprese dai libri (lezione 5).

Lo schema: dal classico al parlato

Ambito Latino classico Latino parlato
Vocali Lunghe e brevi Aperte e chiuse
Casi Sei casi con desinenze Preposizioni e ordine delle parole
Articolo Non esiste Da ille e unus
Futuro cantabo cantare habeo
Comparativo altior plus / magis altus

Errori comuni e falsi miti

  • “L’italiano deriva dal latino di Cicerone.” Deriva dal latino parlato, che conviveva con quello letterario.
  • “Il latino volgare era un latino sbagliato.” Era la lingua viva di milioni di persone. “Volgare” vuol dire “del popolo”.
  • “Il latino è morto di colpo con la caduta di Roma.” Si è trasformato lentamente, nei secoli, nelle lingue romanze. Come lingua scritta è rimasto in uso per tutto il Medioevo e oltre.
  • “Le forme corrette dall’Appendix Probi sono sparite.” Al contrario: sono proprio quelle che sono sopravvissute, come specchio e vecchio.

Esercizi

1Classico o parlato?

Per ogni coppia indica quale parola è del latino parlato e quale parola italiana ne è nata.

  1. os / bucca
  2. caput / testa
  3. ignis / focus
  4. edere / manducare
Vedi la soluzione

Parlato: bucca → bocca · testa → testa · focus → fuoco · manducare → mangiare (attraverso il francese antico). Le parole classiche sopravvivono in parole dotte: orale, capitale, ignifugo, edibile.

2Dal latino alla frase italiana

Spiega quali cambiamenti grammaticali portano dal latino domus patris all’italiano la casa del padre.

Vedi la soluzione

Tre cambiamenti: il genitivo patris è sostituito dalla preposizione de (di); nasce l’articolo dal dimostrativo ille (la, del = di + il); la parola domus è sostituita da casa, del latino parlato.

3Il futuro romanzo

Il latino parlato diceva cantare habeo al posto di cantabo. Scomponi canterò e canteranno mostrando dove si vede ancora habeo (“ho”) e habent (“hanno”).

Vedi la soluzione

canter-ò ← cantare + (h)o · canter-anno ← cantare + (h)anno. Le desinenze del futuro sono le forme del verbo avere attaccate all’infinito.

Per approfondire

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